La ragazza che sognava di perdersi

Ravenna, 2018

Nei miei sogni viaggio.
Quasi sempre.
Riesco a immaginare villaggi, città, metropoli, alberghi, spiagge, treni.
Sogno di mettermi in viaggio, di arrivare, di essere in una camera d’hotel.
Ho sognato per tantissime volte di ritrovarmi da sola, come se qualcuno mi avesse lasciata lì per sbaglio, o dimenticata, in una grande città.
E ogni volta prendevo atto di dover tornare a casa contando solo sulle mie forze, senza spaventarmi.

Da piccola preferivo stare a casa, il mio luogo sicuro.
In quegli anni ho sempre viaggiato abbastanza grazie ai miei genitori (esclusivamente in Italia): mi divertivo e mi sentivo al sicuro. Tuttavia, mi capitava talvolta una sorta di malinconia, accompagnata dal desiderio di tornare subito a casa nel mio letto, alle mie abitudini, alla mia zona di comfort.
Mi capitava soprattutto la sera, durante la cena al ristorante, forse perché associavo quel momento al bisogno di tornare nel nido.
A volte c’erano dei luoghi che mi facevano sentire a disagio, non al mio posto. Tante volte non vedevo l’ora di rimettermi in auto, sulla strada del ritorno.

Poi, nel periodo dell’adolescenza, qualcosa è cambiato.
E allora l’A14 in direzione Bologna mi sembrava troppo corta, e troppo veloce il rientro a casa dopo essere stata dai miei parenti in Abruzzo. Mi sembrava troppo corta anche la strada di ritorno dalla Toscana, in cui mi sono sempre sentita accolta come fossi nata e cresciuta lì.
Ogni volta che rientravamo, mi sembrava di avere ancora bisogno di stare fuori casa, di vedere cose: e non perché stessi male a casa mia, anzi.
Semplicemente era nato in me un bisogno di scoprire, vedere, riempire gli occhi (e la pancia) di cose diverse dalle solite. Grotte, negozi, supermercati, musei, paesaggi, cibi, vestiti, fermate della metro, case, vicoli, bar, mercati: ogni volta che viaggio osservo tutto con curiosità e cerco di farne bottino.

Ho un fisiologico bisogno di vedere cosa c’è fuori dalla mia porta, per tornare a casa con un fagotto di felicità, di informazioni, di storie.

E ci sono luoghi che riescono a esercitare in me una potente spinta creativa, ascoltando le storie di chi li abita o è di passaggio, come me: una volta, nel ristorante di un piccolo paesino del Trentino, ci servì una bella ragazza spagnola e mi chiesi che diavolo ci facesse una come lei a servire strudel in montagna (un po’ fiction di Raiuno, ora che ci penso). Oppure avrei voluto sapere di più della coppia di signori giapponesi che gestisce una locanda microscopica in pieno centro a Vienna (il sushi più buono della vita): cosa li aveva spinti in Austria? Perché avevano deciso di rimanere per sempre?
O ancora: avrei voluto sicuramente saperne di più della vita della signora sarda conosciuta al supermercato che ci invitò al mercatino artigianale per mostrarci le sue borse all’uncinetto. Come consigliatole dal medico, aveva iniziato a crearle per rallentare quanto possibile il Parkinson.
E infine: sarei stata ore a parlare con Rita, professoressa di New York conosciuta in un minuscolo bistrot di Lisbona il giorno dopo il blackout più esteso della penisola iberica.

Mi sono resa conto che solo viaggiando posso davvero capire me stessa, ciò che mi piace e ciò che non gradisco; chi sono e chi vorrei diventare; cosa vorrei nel futuro e che cosa mi lascio alle spalle.
Solo viaggiando si scoprono racconti di vita che possono farci sognare o arrabbiare, sperare o rinnegare, illuminare o disorientare.

A scuola vorrei che si insegnasse a viaggiare, perché – secondo me – è così che si scopre cosa stiamo a fare su questo pianeta.
È così che si impara il rispetto per qualcosa che è diverso, pur se non lo condividiamo: il rispetto per la cultura, la tradizione, la storia di un altro Paese.

E, badate bene, per viaggiare non intendo andare nel locale alla moda a farsi le foto perché lo abbiamo visto su Instagram, o in coda per vedere la Gioconda senza sapere che “da Vinci” non è il cognome ma il luogo d’origine.
Viaggiare vuol dire, per un attimo, mettere da parte le nostre abitudini e inventarcene delle nuove, anche se solo per pochi giorni.
Prendere un traghetto ogni mattina e sera ad Amsterdam, come una pendolare; andare alle poste di Edimburgo per cambiare delle vecchie banconote; farsi servire al banco dei salumi nel supermercato di un piccolo paesino sardo.

E così, quando stasera chiuderò gli occhi per sognare di trovarmi di nuovo in una città sconosciuta, non cercherò una via di fuga. Cercherò solo un altro pezzo di mondo in cui rendermi conto di essere, ancora una volta, esattamente al mio posto.

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