
Sapete una di quelle cose che mi manda ai matti?
Il pressappochismo.
[pres-sap-po-chì-smo: tendenza a fare le cose con approssimazione e superficialità. Etimologia: derivato di pressappoco, dall’espressione presso a poco, modellata sul francese à peu près].
Conosciamo tutti quello strumento del diavolo che è LinkedIn, giusto?
(Forse i nostri genitori no, per fortuna non ne hanno mai avuto bisogno).
Ecco, partiamo da qui.
Partiamo da un qualsiasi profilo professionale che voglia collegarsi a te; sì proprio a te, con quella foto che vorresti cambiare da mesi e mesi ma poi lasci sempre uguale; magari risalente alla laurea, al tuo primo lavoro o a un evento aziendale in cui qualcuno ha catturato il tuo profilo migliore.
A mio onesto parere di fruitrice di LinkedIn (che uso prevalentemente per motivi lavorativi e lo ribadisco giusto perché ultimamente assomiglia più a un’appendice di Facebook) ci sono due categorie di persone: quelli che ti chiedono il collegamento perché magari ti hanno conosciuto dal vivo o sono interessati a ciò che condividi, e quelli che ti vogliono vendere qualcosa. Che sia un servizio, un prodotto, un’opportunità.
Bene, dici tu: ascoltiamo cos’ha da dirmi questo sconosciuto.
Primo step: dopo che hai accettato di collegarti a loro, ti arriva un messaggio privato. In cui di solito fanno copia e incolla della stessa presentazione e okay, questo lo trovo pratico.
(Peccato non aver studiato sufficientemente il profilo a cui stanno scrivendo: se lavori nella Sicurezza ti chiedono di Marketing, se lavori nel Marketing ti offrono il Packaging, se lavori nelle Risorse Umane ti scambiano per gli Acquisti. Ma son dettagli).
Poi – se sei la persona giusta per loro – arriva la richiesta di un indirizzo e-mail diretto per approfondire, e anche qui dico okay, certo: magari non sono interessata, ma perché non leggere una mail, non si sa mai.
Poi arriva la mail.
Indirizzata a una certa Ilaria, chiedendole se l’azienda per cui lavora, la Scemifelici, vorrebbe valutare i loro servizi.
Peccato che tu ti chiami Isabella e lavori alla Scelte Felici. Scritto STACCATO, diamine.
Ora: qualcuno può spiegarmi perché rovinare in modo così sciocco un potenziale approccio lavorativo? Voi direte: come sei rigida, inflessibile, intransigente, per errori come questi.
E la risposta è sì: sono intransigente quando si parla di certe situazioni lavorative. Lo sono davanti a professionisti che cercano i tuoi soldi, usano terminologie inglesi ridondanti e si lanciano in descrizioni sperticate di quanto la loro agenzia/azienda sia fantastica e vanti clienti incredibili, tipo Babbo Natale in Lapponia.
Per poi non sapere neanche il nome dell’azienda per cui lavori e a cui dicono di essere interessati.
Perdonatemi: sono sicuramente puntigliosa all’inverosimile ma, per me, la professionalità si misura proprio dalle piccole cose, dalla cura, dall’attenzione nell’interfacciarsi con gli altri.
Lo so: lavoriamo in tempi frenetici.
Rispondiamo a tremila mail al giorno, veniamo bombardati di telefonate a ogni ora, interrotti di continuo.
Ma prendiamocelo il tempo di fare le cose per bene.
Non fosse altro che per il piacere di sapere di aver fatto qualcosa a modo. Per il rispetto che abbiamo della nostra professionalità e di quella di chi abbiamo di fronte.
Ed è qui che mi viene in mente una parola giapponese bellissima, kodawari [in giapponese こだわり]. Significa: dedizione meticolosa a un compito o un’arte per soddisfare uno standard personale — non per approvazione esterna, ma per rispetto verso se stessi e il proprio lavoro.[https://paroleintraducibili.com/parola/kodawari/]
Allora, in un’epoca di pressapochismo, scegliamo l’energia kodawari. Facciamo bene le cose.
Anche quelle piccole.
Ne varrà la pena.
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