
La prima volta che ho preso un aereo avevo diciott’anni e mi veniva da vomitare.
I miei genitori non sono grandi amanti dell’aereo (siamo sempre stati una famiglia da viaggi in auto) ed ero piuttosto agitata perché non sapevo cosa aspettarmi. Ma stavo andando nella mia amata Barcellona, di cui mi ero innamorata attraverso guide cartacee, libri, film, opere d’arte…Ma anche innumerevoli video di ragazzi che facevano skateboard di fronte al Macba, il Museo di Arte Contemporanea. Mi sembrava una città così viva ed elettrica. Inoltre, ero emozionata all’idea di vedere dal vivo le opere di Gaudì e Dalì che avevo tanto studiato sui libri di scuola, e questo mitigava la mia ansia.
Tuttavia, ricordo che durante il decollo provai all’improvviso una strana nausea e mi sentii scoppiare la testa. Come se qualcuno mi stesse premendo con forza sulla fronte per farmi stare sott’acqua. Ero spaventata e cercai di distrarmi disperatamente parlando con il mio vicino di poltrona, un mio placido compagno di classe.
Ecco scoperto il trucco, per me: distrarmi parlando senza sosta. La cosa che so fare meglio nella vita, direi.
Dopo quella volta ho iniziato a familiarizzare con la pressione del decollo e non mi spaventa neanche guardare fuori dal finestrino: quando ho il posto giusto, cerco di indovinare il percorso che stiamo facendo e le montagne, le città e i fiumi che stiamo sorvolando.
La terra, vista dall’alto, è incantevole. Da adolescente passavo ore su Google Earth a esplorare luoghi che mai avrei pensato di visitare (e ancora ce ne sono migliaia). E ora, da adulta, continuo a passare il mio tempo su Google Maps a osservare, esplorare, navigare in lungo e in largo ogni stradina, ogni città, ogni angolino sperduto di questo mondo immenso, di cui ho sempre avuto terrore e al tempo stesso fascinazione.
Non ho mai avuto una particolare paura di viaggiare; ho un ricordo di me bambina piuttosto curiosa e tranquilla all’idea di vedere cose nuove. Ma ammetto che ci sono stati momenti, soprattutto durante le prime trasferte da sola, in cui avevo tante paure. Paura di perdere le coincidenze, di avere mal di pancia in mezzo al nulla, di avere il letto dell’hotel pieno di insetti, di sbagliare treno, di dimenticare la fermata giusta e perdermi. E non dico che adesso siano timori completamente spariti, anzi. Ma c’è stato un periodo in cui stavo molto meglio a casa, chiusa nel mio mondo, perché stare là fuori voleva dire mettersi in gioco, avere a che fare con le persone, dimostrare chi ero davvero. E il problema era che non lo sapevo.
Oggi viaggiare mi riempie gli occhi di cose belle, mi fa letteralmente respirare un’aria pulita e nuova, a pieni polmoni. Sognare mille vite diverse, immaginare i destini delle facce che ho incontrato anche solo per un secondo, a volte anche desiderare di tornare a casa. E, badate bene, si può viaggiare ovunque: non c’è bisogno di andare in un altro emisfero. Viaggiare, per me, significa semplicemente avere gli occhi aperti e svegli, senza telefono in mano, senza scadenze lavorative, con la testa come una spugna, pronta ad assorbire tutto quello che la circonda. E potete essere così a Canicattì come a Bali.
In fondo, esiste un modo migliore per conoscere noi stessi che non sia viaggiare?
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