
Mi ricordo ancora il sapore degli spaghetti aglio e olio che ci facevamo la domenica sera alle otto, appena rincasati.
Era il periodo in cui andavamo a trovare mio fratello a Venezia e, tra una cosa e l’altra, col traffico domenicale della statale Romea, si tornava sempre a casa all’ora giusta per mettere su l’acqua della pasta.
Lo faceva la mamma, mentre noi altri ci andavamo a togliere le scarpe.
Mi ricordo ancora questo momento – apparentemente insignificante – come ricordo quando andavamo a pagare il parcheggio Tronchetto (che mi faceva sempre venire in mente quel dolce di Natale a forma di tronco ricoperto di cioccolato), oppure quando prendevamo i vaporetti e avevo paura di cadere nell’acqua per salirci su. L’acqua mi spaventava da morire. E al tempo stesso mi affascinava con la stessa intensità.
Mi piaceva tanto il grigiore del cielo novembrino di Venezia; la calma relativa di una città che d’estate veniva (viene) presa d’assalto e che, invece, regala le emozioni più profonde proprio quando agli alberi cadono completamente le foglie.
I muri erano umidi, il cielo era lattiginoso, ma io mi sentivo protetta dal freddo pungente. Circondata dagli alti palazzi storici con le loro finestre sorridenti sulle facciate: bifore, trifore, quadrifore, amavo ogni loro forma. Ogni spiraglio che mi permettesse di scrutare gli interni delle case, talvolta semplici, talvolta spaventosamente ricchi con travi di legno scuro e lampadari di cristallo.
Di Venezia mi piacevano i volti, gli sguardi, tutta quella moltitudine di esseri umani diversi che a casa mia non vedevo mai, sognavo soltanto. Le voci di americani, spagnoli, giapponesi, cinesi che si sovrapponevano e ti mandavano al manicomio quando sostavi per pranzo nei minuscoli bacari tutti di legno. A malapena riuscivo a sentire la mia voce. Mi piaceva incontrare sguardi e immaginare vite, costruire nella mia mente le storie di certe famiglie americane numerosissime – e sempre sorridenti – che arrivavano con valigie grandi quanto la mia auto. O le vite dei negozianti veneziani sul ciglio dei negozi, che si davano una voce da una parte all’altra della strada, parlando in dialetto per non farsi capire da noi fuori regione.
Venezia mi metteva malinconia e al tempo stesso anche uno strano senso di nostalgia per qualcosa che ancora faccio fatica a spiegare razionalmente.
Una classica tristezza della domenica forse, pensando al giorno dopo, il lunedì, in cui sarei stata chiusa dentro le aule della scuola invece che a girovagare e innamorarmi quattrocento volte dei turisti svedesi altissimi e biondissimi.
Ma anche una sensazione di nostalgia per le epoche passate, per tutto quello che ha visto e vissuto una città come Venezia: ogni muro, ogni panchina, perfino gli scuroni delle finestre avrebbero qualcosa da raccontarci.
Venezia a novembre era la mia preferita, anche se non lo dicevo mai ad alta voce.
Mi aveva rubato il cuore, ma non volevo dirlo per non dare soddisfazione a nessuno: era troppo banale, per una come me, farsi piacere quella città da cartolina, da gondoletta-souvenir sopra la televisione delle nonne di una volta. Quella fabbrica turistica per americani pronti a tornare a casa raccontando com’erano buoni i cappuccini italiani alle tre del pomeriggio, indossando una maglietta con su scritto Ciao Bella.
No, la Venezia di piazza San Marco la detestavo.
Amavo invece la Venezia dell’Arsenale, del sestiere Castello, il Lush in Strada Nova, il monumento a Niccolò Tommaseo (anche detto il cagalibri), il Ponte delle Tette, il cimitero di San Michele che ho visto solo da lontano. E un sacco di altre chiese, angolini e botteghe, che ora mi viene un po’ il magone a pensarci.
Mi piacevano le calli strettissime, magari quelle che ti conducevano a una piazza vuota, con file e file di panni stesi ad asciugare e gruppi di bambini che giocavano a calcio facendo rimbombare gli urli tra le pareti delle case.
Mi piaceva quell’atmosfera silenziosa e desolata per cui ti chiedevi dove fossero andati tutti.
Mi piaceva la malinconia di una città che sembrava essere stata magnifica in passato e che forse era un po’ stanca di esserlo, quasi appesantita dal peso della sua bellezza.
Poi c’era la Venezia delle domeniche soleggiate, ma di questo parleremo in un altro post.
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