
Quando abitavo con i miei genitori, lasciavo spesso l’auto in fondo alla via di casa.
Una parte di strada con tante piccole case fitte e incastrate tra di loro, e una parte di strada con due grandi campi incolti ai lati.
Un miracolo che non ci abbiano ancora costruito 12 supermercati.
Quasi sempre mi fermavo a fotografare il cielo che faceva capolino tra le case: sono arrivata in ritardo a pranzi, cene, aperitivi, riunioni di lavoro, visite mediche, qualsiasi cosa.
Se c’è un cielo che mi piace e sento di dovermelo portare via, non ce n’è per nessuno. Osservare come cambiano i colori, come si spostano velocemente le nuvole; immaginare quanto lontano da me potrebbe esserci quel temporale, se c’è davvero quel temporale.
Ho sempre amato i cieli tersi, ma poi è arrivato un momento in cui quelle nuvole così tormentate rappresentavano meglio il groviglio che avevo nello stomaco.
E ho sempre odiato il vento, ma poi è arrivato un momento in cui lo bramavo, quel vento che ti prende a schiaffi e ti ricorda cosa c’è di importante davvero.
Quel vento che ti scompiglia i capelli e l’apparenza, e ti fa rimanere nuda di fronte alle verità.

Oggi è così anche mentre scrivo, mentre cerco di ricordarmi quando ho scattato queste foto.
Se vuoi leggere subito, ogni volta che scrivo una cosa nuova:

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