Meglio di te.

Cesenatico, 2017

Tra i vari principi morali che mi sono stati trasmessi dai miei genitori, c’è l’umiltà: secondo Treccani un sentimento e conseguente comportamento improntato alla consapevolezza dei propri limiti e al distacco da ogni forma di orgoglio e sicurezza eccessivi di sé.
Mi rendo conto che dirlo mi rende automaticamente non umile – e forse superba – ma ci tenevo a fare questo ragionamento insieme a voi. Recentemente mi sono accorta che l’umiltà non va particolarmente di moda, forse lo avrete notato anche voi.
Soprattutto su Linkedin, ma in generale su molti social network.

Ci sono così tante persone che ci vogliono vendere corsi, informazioni, trucchetti, tips, guide, prodotti, servizi e, per farlo, devono dirci che sono i migliori sul campo.
Alcuni a ragion veduta, molti altri no. Anche millantando conoscenze non dimostrabili.
Esempi legati al mio mondo: influencer che “scrivono” libri, social media manager che non sanno scrivere copy, consulenti che non sanno mandarvi un preventivo.
Tutti sicuri di sé, senza mai un’ombra di dubbio sulle proprie competenze.
Certo, direte voi: bisogna vendersi. Il mercato non perdona. La concorrenza è spietata. Ma secondo voi, può esistere una via di mezzo?
Può esistere una modalità di vendere i propri servizi, la propria professionalità, pur mantenendo un certo rispetto per chi abbiamo di fronte e conservando etica e sincerità?

Personalmente non ho nessun timore nel riconoscere i miei limiti, le cose che non so fare, come le cose che credo di saper fare e che sicuramente potrei ancora migliorare.
L’umiltà non è solo il riconoscere i propri limiti, ma è anche la voglia di migliorarsi con il tempo, la fatica, l’apprendimento continuo.

E la verità è che sono stufa dei ciarlatani, della gente che parla senza sapere il tema ma sa vendersi molto bene e poi, nella realtà, non sa fare davvero un tubo.
Sono stanca delle persone incompetenti a cui vengono aperte le porte dell’universo: tipo quelli che si autodefiniscono “guru del marketing” e non hanno mai gestito una campagna reale o i consulenti digitali che vendono corsi basati solo su teorie trite e ritrite; o, ancora, gli “esperti” di business online che non hanno mai lavorato un giorno nella loro vita; e infine influencer e personaggi famosi senza alcuna esperienza nella scrittura che pubblicano libri solo grazie al nome e al numero di follower.

La gavetta serve.

[gavetta: scodella di metallo per il rancio dei soldati; periodo di apprendistato. Etimologia dal latino: gabata, scodella. Si tratta di un termine mutuato dal gergo militare. Dato che la gavetta era il recipiente adatto al rancio dei soldati, fare la gavetta ha iniziato a significare il passare attraverso i gradi più umili – per poi arrivare a quelli più alti di ufficiale. Questa parola si è poi emancipata da questo contesto, e il fare la gavetta ora significa, laicamente, il compiere un periodo di apprendistato con mansioni modeste (ma non per questo poco formative).
Fonte: https://unaparolaalgiorno.it/]

Non so perché, a un certo punto, qualcuno ha iniziato a convincerci del contrario: forse fa parte della cultura del “se vuoi, puoi”. No. Non è così.
Funziona che, per diventare dei professionisti ci si fa un culo a strisce, si cade, ci si rialza, si prendono delle gran batoste, poi forse (pian pianino) si inizia a pedalare senza le mani sul manubrio. Ma con tempo, fatica, delusioni, e poi vincite, soddisfazioni. Non premendo un pulsante sui social, non vendendosi l’anima per un favore, non scendendo a compromessi con la propria coscienza.

Ecco dove torna utile il valore dell’umiltà: non come debolezza, ma come forza. Come antidoto alla superficialità, come fondamento della vera competenza.
Perché chi ha davvero qualcosa da dire non ha bisogno di gridarlo ai quattro venti.
Lo dimostra con il lavoro, con la dedizione, con il tempo.
E non pubblica un post al minuto su Linkedin per raccontarcelo.
Lo fa, e basta.

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