So di non sapere

Salento, 2017

So di non sapere. E ne vado fiera.

Mi è capitato, recentemente, di avere a che fare con della gioventù poco propensa all’ascolto, all’apprendimento, alla curiosità.
Le parti si sono invertite: io, la cariatide, con una sete di conoscenza mai placata. I giovani, invece, con un disinteresse da far girare la testa anche a un Moai dell’Isola di Pasqua.
Ho iniziato a riflettere e no, non mi sono data una spiegazione univoca: a volte conta il luogo in cui sei cresciuto, altre volte dipende dalle persone che hai incontrato, dagli studi intrapresi, dal carattere. A volte è solo pigrizia, a volte solo stanchezza.

Ho passato molto tempo, da adolescente, a essere interessata a poche cose, quelle che stavano dentro la mia bolla. Gli Incubus, lo skateboard, la Svezia, Calvino, Pavese, la moda, la Toscana, Klimt, l’Art Nouveau, i manga: questi erano alcuni dei miei main topic adolescenziali. Non che non ci fosse posto per altro, ero comunque una avida lettrice di mensili e quotidiani. Anzi, ero vecchia già da giovane, perché rubavo Il Resto del Carlino agli anziani al bar mentre sorseggiavo il mio caffè al ginseng.

Ad ogni modo: anche oggi metto una sorta di filtro alle miriadi di informazioni che ricevo quotidianamente ma, a dirla tutta, mi piace andare a cercare le storie, più bizzarre e fuori dal comune possibile. Oppure le più banali, a cui però non avevo mai dato un briciolo di attenzione.
Esempi pratici: scorro le stories e scopro che uno dei miei contatti di Instagram è andato in Cambogia. Inizio subito a leggere la angosciante storia di Pol Pot e del genocidio cambogiano alla fine degli anni ’70. Guardo un documentario sul Tagikistan sulla Rai e corro immediatamente su Maps a cercare i ristoranti della città di Dushanbe, per scoprire i piatti tipici. Guardo un film e devo leggere l’intera filmografia del regista ed eventualmente la storia delle sue quattro mogli.

È un instancabile processo mentale, il mio. Come direbbe il buon Socrate: “so di non sapere” e la cosa mi turba e mi inquieta.
[Sapere di non sapere. Paradossale fondamento del pensiero socratico è il “sapere di non sapere”, un’ignoranza intesa come consapevolezza di non conoscenza definitiva, che diventa però movente fondamentale del desiderio di conoscere. fonte:wikipedia]

Ho riflettuto a lungo su questo strano desiderio di conoscere sempre più cose dal momento in cui, con l’avanzare dell’età, sento che la mia memoria sta diventando sempre più selettiva e poco ricettiva. Se vent’anni fa riuscivo a imparare a memoria una canzone dopo un paio di volte che la ascoltavo, ora non riesco più.
A volte dimentico nomi di oggetti, attori, conoscenti, luoghi.
A volte ho dei vuoti cosmici dovuti a un inteso utilizzo delle stesse identiche parole ogni giorno.
Quindi sì: la mia memoria inizia a fare cilecca (tocca ricominciare coi Cruciverba) ma la mia voglia di imparare e conoscere rimane viva e frizzante, seppur il momento dopo potrei aver già dimenticato cosa ho imparato.
E mi piacerebbe tanto, tantissimo, che anche le nuove generazioni avessero questo tipo di curiosità perché il mondo lo lasceremo a loro. Le sorti di questo povero pianeta bistrattato saranno nelle loro mani e vorrei, con tutto il cuore, che imparassero dai nostri errori e migliorassero i nostri successi.

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Commenti

4 responses to “So di non sapere”

  1. E mi fermo a riflettere su quanta fatica ci costava una risposta, una spiegazione, un significato.

    Sfogliare lemma dopo lemma un dizionario etimologico…

    Poi osservo ciò che descrivi e provo un senso d’inquietudine, immedesimandomi in quei giovani che rappresenti e che vedo.

    Io avrei ardentemente desiderato l’accessibilità odierna a ogni forma di contenuto capace di arricchirmi: nel lessico, nella conoscenza, persino nell’aneddotica.

    Loro, invece, vi soggiacciono, quasi incuranti di questa opportunità, che forse rimpiangeranno quando, un giorno, potrebbe diventare elitaria o, peggio ancora, riservata a pochi.

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    1. Vero amico mio, chi può sapere se, in futuro, si renderanno conto di quanto siano fortunati ad avere accesso a così tante informazioni. O, forse, è proprio il male del loro tempo…

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  2. Avatar Jacopo Barbieri
    Jacopo Barbieri

    E’ stato un caso che io sia tornato a leggere il tuo blog proprio con questo articolo, piacevolmente sorpreso nel trovare questo pensiero di Socrate, che penso soprattutto nella mia adolescenza mi abbia assillato per poi diventare un elemento simbiotico del mio io.

    “io sono il più saggio di tutti i greci, perché io solo só di non sapere”

    Penso che, la prima volta che lessi questa citazione che ci ha lasciato Platone, non sia più riuscito a dimenticarla (ringraziando la forte memoria di quell’età, che concordo se non allenata peggiora, e un daiquiri alla volta anche molto velocemente).

    Assumendo per certo che la voglia di conoscere, e quindi la conoscenza stessa, sia una diretta ricompensa della curiosità, posso dire che per me si tratti di un bisogno viscerale, alle volte in grado di regalare meravigliose sorprese, ma molto spesso doloroso se non corrisposto. Le volte che non trovo risposte alle mie domande mi crea una profonda tristezza. Stessa cosa che accade se penso ad un futuro lontano, le nuove frontiere scientifiche, memorie collettive, o chissà che altro. Pensare che non avrò mai risposte a certe domande mi crea un vuoto emotivo che mi disorienta in primis e in secundis mi ferisce ripetutamente.

    Con questo intendevo esclusivamente dire che non tutti hanno la fortuna di sfamare la propria curiosità. E che non sempre la fame di sapere è un dono. (Capisco, per citarti: la ; ma in mezzo al deserto non resta che un doloroso miraggio da rincorrere incessantemente, invano).

    Magari i giovanissimi di cui fai riferimento non sono disinteressati, ma solamente disinvolti e spensierati. (E perché no, probabilmente, tornassi indietro, sarei voluto essere un po’ più spensierato anche io). Non porsi domande difficili è sinonimo di non curiosità, o uno scudo per evitare il dolore di sapere di non poter sapere?

    Post Scriptum: Curioso Fiero!

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    1. Jacopo bentornato qui! Come stai?
      Bellissima la tua riflessione, a cui ammetto di non aver pensato prima che la mettessi nero su bianco tu. Però trovo somigliante quella tristezza di cui parli con l’angoscia che provo sapendo che non potrò mai leggere tutti i libri del mondo o vedere tutti i film mai prodotti dall’essere umano. Ecco sì, quello mi angoscia ancora di più del non sapere. Ah, ci aggiungo anche non visitare tutto il globo! Però, che dire: a un certo punto bisogna accontentarsi delle informazioni e delle esperienze che si riescono a fare. E, come dici tu, imparare forse a essere più spensierati. Ti abbraccio! Grazie per essere passato di qui 🙂

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