
So di non sapere. E ne vado fiera.
Mi è capitato, recentemente, di avere a che fare con della gioventù poco propensa all’ascolto, all’apprendimento, alla curiosità.
Le parti si sono invertite: io, la cariatide, con una sete di conoscenza mai placata. I giovani, invece, con un disinteresse da far girare la testa anche a un Moai dell’Isola di Pasqua.
Ho iniziato a riflettere e no, non mi sono data una spiegazione univoca: a volte conta il luogo in cui sei cresciuto, altre volte dipende dalle persone che hai incontrato, dagli studi intrapresi, dal carattere. A volte è solo pigrizia, a volte solo stanchezza.
Ho passato molto tempo, da adolescente, a essere interessata a poche cose, quelle che stavano dentro la mia bolla. Gli Incubus, lo skateboard, la Svezia, Calvino, Pavese, la moda, la Toscana, Klimt, l’Art Nouveau, i manga: questi erano alcuni dei miei main topic adolescenziali. Non che non ci fosse posto per altro, ero comunque una avida lettrice di mensili e quotidiani. Anzi, ero vecchia già da giovane, perché rubavo Il Resto del Carlino agli anziani al bar mentre sorseggiavo il mio caffè al ginseng.
Ad ogni modo: anche oggi metto una sorta di filtro alle miriadi di informazioni che ricevo quotidianamente ma, a dirla tutta, mi piace andare a cercare le storie, più bizzarre e fuori dal comune possibile. Oppure le più banali, a cui però non avevo mai dato un briciolo di attenzione.
Esempi pratici: scorro le stories e scopro che uno dei miei contatti di Instagram è andato in Cambogia. Inizio subito a leggere la angosciante storia di Pol Pot e del genocidio cambogiano alla fine degli anni ’70. Guardo un documentario sul Tagikistan sulla Rai e corro immediatamente su Maps a cercare i ristoranti della città di Dushanbe, per scoprire i piatti tipici. Guardo un film e devo leggere l’intera filmografia del regista ed eventualmente la storia delle sue quattro mogli.
È un instancabile processo mentale, il mio. Come direbbe il buon Socrate: “so di non sapere” e la cosa mi turba e mi inquieta.
[Sapere di non sapere. Paradossale fondamento del pensiero socratico è il “sapere di non sapere”, un’ignoranza intesa come consapevolezza di non conoscenza definitiva, che diventa però movente fondamentale del desiderio di conoscere. fonte:wikipedia]
Ho riflettuto a lungo su questo strano desiderio di conoscere sempre più cose dal momento in cui, con l’avanzare dell’età, sento che la mia memoria sta diventando sempre più selettiva e poco ricettiva. Se vent’anni fa riuscivo a imparare a memoria una canzone dopo un paio di volte che la ascoltavo, ora non riesco più.
A volte dimentico nomi di oggetti, attori, conoscenti, luoghi.
A volte ho dei vuoti cosmici dovuti a un inteso utilizzo delle stesse identiche parole ogni giorno.
Quindi sì: la mia memoria inizia a fare cilecca (tocca ricominciare coi Cruciverba) ma la mia voglia di imparare e conoscere rimane viva e frizzante, seppur il momento dopo potrei aver già dimenticato cosa ho imparato.
E mi piacerebbe tanto, tantissimo, che anche le nuove generazioni avessero questo tipo di curiosità perché il mondo lo lasceremo a loro. Le sorti di questo povero pianeta bistrattato saranno nelle loro mani e vorrei, con tutto il cuore, che imparassero dai nostri errori e migliorassero i nostri successi.
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