
Da quel che mi ricordo, una volta, quando si aprivano i blog, era solo per lasciare qualche pensiero nel mondo. Non si cercava un contatto, una risposta, un “feedback” come si dice oggi nelle mail di lavoro.
Si voleva solo dire: “Eccomi qua. Leggetemi. Esisto”.
Negli anni 2000 era così che funzionava, non c’era nessun responso veloce, nessuna reazione in diretta. Era tutto lento e disconnesso. E bellissimo.
Oggi mi rendo conto che sui social e nel web siamo diventati così numerosi che è naturale doversi creare una nicchia, parlare di un argomento specifico.
E qui sorge spontanea una domanda.
Di che parla il tuo blog?
Parla di me, di te, di voi, di noi. Di cose che succedono alle persone.
Di sentimenti, stati d’animo. Cose che si osservano là fuori. Malumori, piccole gioie, dubbi atroci e spesso, spessissimo, di ricordi.
Non so se basti per rimanere a galla nel web, nel 2024. Ma tant’è.
Una volta non eravamo propriamente tarati alla condivisione di contenuti utili per qualcuno. Una volta eravamo e basta.
Le nostre foto profilo su Msn, i blog di Windows Live Spaces, i profili di MySpace o Last.fm…Ve li ricordate? (Se sì, potremmo avere molti ricordi in comune).
Erano luoghi in cui costruivamo lentamente i nostri alter ego, luoghi in cui avevamo il tempo di leggere i pensieri di qualcun altro, di studiare i suoi gusti musicali o di sognare chi potesse celarsi dietro un avatar senza senso.
Per comunicare non serviva essere creator o influencer o altro: non serviva che ci seguissero migliaia di seguaci o che diventassimo “virali”. Non serviva monetizzare o pensare a un algoritmo. L’algoritmo era – al massimo – quello che ci spiegava la prof di matematica alla quinta ora, stupendosi che nessuno di noi capisse alla prima botta.
Eravamo noi stessi, ci scrivevamo da luoghi lontani ma ci sentivamo vicini con un click del mouse (perché gli smartphone ancora non esistevano).
Probabilmente ci si giudicava anche a quei tempi, magari per il colore dello sfondo che sceglievamo per il nostro profilo, per la bio in cui raccontavamo, per le emoticon che inviavamo, ma non c’era nessun tipo di aspettativa.
Sapevamo che il mondo vero era là fuori, e che sarebbe stato bellissimo incontrarsi dal vivo, magari davanti alla fermata del bus o in biblioteca.
Provo ancora una reale e sincera nostalgia per un internet più umano, uno spazio virtuale che rifletteva la vita reale invece che sostituirla. Quei primi spazi digitali erano quasi come diari, destinati a chi li trovava per caso o ci inciampava dentro. Erano estensioni di noi stessi, e non palcoscenici.
E un po’ mi mancano.
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