
Non parlare con gli sconosciuti è uno dei primi moniti del “genitore tipo” di qualsiasi generazione e luogo del mondo. Correggetemi se sbaglio.
Facilmente comprensibile il perché: può rivelarsi particolarmente pericoloso, per un bambino, parlare con un adulto che non conosce o non è conosciuto dai suoi genitori.
Invece, da grandi, le cose sono un po’ diverse.
Lo ammetto: sono sempre stata grande amante delle chat, soprattutto negli anni in cui il modem 56k faceva ancora tutti quei rumori inquietanti, anticamera alla navigazione nel web. Ero minorenne e frequentavo la chat di MSN con gli amici di scuola, ma mi divertivo anche (coi minuti contati perché costava un occhio della testa) nelle chat piene di sconosciuti senza foto e con nickname vari ed eventuali (per i nostalgici: parlo di Bertuccia).
Non vi scandalizzate: gli adolescenti di oggi ballano nelle loro camerette in modo sensuale su TikTok, io chiacchieravo di musica con gente che non sapeva neanche che forma avessi.
Cosa ci si diceva tra estranei? Beh, ci si raccontava il mondo, la vita per quella che era. Con gli SMS a 140 caratteri e senza i social e la pretesa di esserci per forza, di mostrare qualcosa a qualcuno nel mondo digitale.
Figuratevi che non si poteva neanche scegliere un avatar dagli album di foto personali, ma solo dai disegni già proposti quando ti iscrivevi. Tipo una scimmietta, una banana e non ricordo che altro.
Eravamo tutti uguali, con storie diverse.
Mi sentivo molto libera di essere chi volevo; di togliermi – almeno per una mezz’oretta – i panni dell’adolescente sfigata che ero. Secchina, occhialuta, poco carismatica.
Ma soprattutto: poco sicura di sé stessa.
Allora la chat era il mio regno, lì dove contavano solo le parole.
Mi ha aiutato a capire un po’ meglio chi ero?
Forse sì, seppure con grossi limiti, perché penso di essere diventata della forma di cui sono fatta ora solo molti e molti anni dopo grazie alle solite esperienze che facciamo tutti noi umani: andare a vivere fuori casa, prendere batoste lavorative, farsi spezzare il cuore.
Sono convinta che il virtuale non debba escludere la vita vera, e viceversa.
Ad oggi posso dire che mi diverte enormemente discutere con perfetti sconosciuti su Instagram e anche dal vivo, soprattutto quando finisco a mangiare in tavoloni pieni di gente, che siano le sagre di paese o gli eleganti ramen bar della città.
[Recentemente siamo stati all’osteria Quattro Tette di Mantova: ambiente simile a un circolo di paese, piatti semplici, tavoli e tavoloni in cui sedersi tutti insieme. A noi è capitata una coppia di svizzeri che abitano a Bellinzona: lei parlava solo tedesco ed era – probabilmente – una ginecologa in pensione. Lui era un grafico con alcuni clienti a Como e molto interessato alla politica italiana e alla situazione di noi under40].
Vi dico di più: studi recenti, come quelli condotti dagli psicologi Nicholas Epley e Juliana Schroeder dell’Università di Chicago, dicono che parlare con gli sconosciuti renderebbe le persone felici più di quando lo faccia il dialogare con conoscenti e familiari (se vi interessa vi metto un po’ di fonti qua in basso).
Arrivati fino a qui, lo ammetto: c’è sicuramente una componente di fortuna nel mio percorso perché di gente che mi ha attaccato bottone per litigare o insultarmi, in questi lunghi anni di militanza sul web, ne ho trovata pochissima, se non zero.
Quindi okay, se vi sentite di controbattere a questo mio articolo dicendo che là fuori c’è un mondo di maledetti villani non vi darò torto, perché sono d’accordo con voi: ricordiamoci, infatti, che dove c’è la luce c’è anche il buio.
Ma questo, sicuro, non mi impedirà di aver voglia di parlare ancora (e ancora) con gli sconosciuti.
-https://www.researchgate.net/publication/263899201_Mistakenly_Seeking_Solitude
-https://www.chicagobooth.edu/media-relations-and-communications/press-releases/mom-was-wrong-you-should-talk-to-strangers
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