
C’è una caratteristica, delle persone, che mi è sempre piaciuta: la coerenza.
coerènte agg. [dal latino: cohaerens, da cohaerere; composto di co- insieme e haerere essere attaccato.].
Essere strettamente unito.
A cosa? A noi stessi, magari.
La coerenza mi ha sempre affascinata. Le persone coerenti e fedeli ai loro principi mi hanno sempre rasserenata.
Forse, erroneamente, mi da l’illusione di sapere che cosa aspettarmi da una persona, un luogo, un evento. Ma non solo.
Pensateci: ci piace la conformità tra i pensieri e le azioni di una persona. Ci piacciono i ragionamenti che filano dritti: coerenti, appunto.
Ma, attenzione: con coerenza non intendo staticità o fossilizzazione.
Credo che si possa essere coerenti anche cambiando gusti in fatto di libri o musica. O cambiando idea sulle persone. O sui desideri.
La coerenza, per come la intendo io, è un filo rosso, non una gabbia in cui infilarci per giustificare la mancanza di propensione al cambiamento.
Si può rimanere coerenti con se stessi nonostante le apparenti incoerenze quotidiane: è una questione di armonia.
Direi quasi: di note che si muovono una dopo l’altra mantenendo la melodia sensata. Di pennellate di cui riconosci l’autore; di tagli sartoriali di cui riconosci lo stilita.
Per voi cos’è la coerenza?
Cosa vi suggerisce questa parola? Vi rimanda a qualcosa di negativo o di positivo?
Me lo sono chiesto molto, mentre scrivevo questo articolo.
Perché, quando la pagina è bianca, il mio primo pensiero ci si appiccica bene. Così bene che a volte non riesco a farlo scivolare lungo la pagina.
Allora torno indietro col processo mentale, poi torno avanti. Mi rimane quel pensiero iniziale incollato là in alto. E a volte proprio mi sembra di sporcarci le mani con argomenti più grandi di me.
Ma, di questo, ne parleremo un’altra volta.
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