Restare fermi.

Abruzzo, 2017

Restare fermi. E rimanere soli coi propri pensieri.

Recentemente sono tornata dall’osteopata: quando mi sottopongo alla tecarterapia, lascio spesso il telefono dentro la borsa e non ho voglia di smuovermi per prenderlo, con tutta l’impalcatura addosso di piastre varie.
Mi ritrovo quindi in questa stanzetta al secondo piano di un appartamento al cui interno ci sono due sedie, due lettini, uno sgabello, un grande armadio color panna, un quadro di un paesaggio di campagna e un piccolo lavandino.
Inoltre c’è una porta-finestra tutta altezza da cui vedo la strada che curva, degli alberi che coprono la statale, la casetta del vicino, il suo giardino e il suo orto.
E cosa faccio in questo lasso di tempo – che va dai venti ai quaranta minuti prima di sentire il bip finale della tecar?

Niente. Assolutamente niente. Guardo fuori, perché la sedia è posizionata proprio accanto alla grande finestra. Osservo qualcuno che porta a spasso il cane, qualche auto che passa, i radicchi dell’orto del vicino che crescono. Le fronde degli alberi. Le ombre dei camion che sfrecciano tra i buchi dei rami.
Penso a tutto e penso a niente.

L’istinto primario è cercare il telefono come una drogata, perché ormai siamo abituati ad averlo in mano o in tasca per controllare notifiche, e-mail, messaggi.
Ma dopo un paio di minuti la smania passa e il respiro si fa più lento, gli occhi osservano i dettagli della stanza, le orecchie percepiscono ogni microscopico rumore.
L’ultima volta mi sono quasi addormentata, perché il mio cervello, in qualche modo, si era acquietato. Non avevo stimoli.
Nessun rumore, se non il ronzio del macchinario e qualcuno che si muoveva da una stanza all’altra dello studio dell’osteopata.
Poi è entrato un signore, si è seduto ed è stato imbragato come me. Aveva in mano un enorme libro del National Geographic sull’antico Egitto e lo sfogliava lentamente, con gli occhi rapiti dalle immagini a tutta pagina.

Nel frattempo, guardavo il cielo color latte fuori dalla finestra e mi ricordavo i pomeriggi della mia infanzia. Facevo i compiti velocissima (oppure non li facevo proprio), e uscivo con i miei. Andavamo a zonzo per la Romagna, inventandoci motivi importanti e irrinunciabili per giustificare l’uscita: un paio di scarpe a Lugo, un po’ di spesa a Cesena, due passi a Forlì. Per il semplice gusto di fare una piccola gita, di vedere qualcosa di diverso, di stare insieme.

Il tempo mi sembrava lento, ma ben scandito dopo la scuola; mi rimanevano impresse un sacco di sensazioni, osservavo tantissimi dettagli dal finestrino dell’auto. I balconi delle case, le vetrine dei negozi ai semafori, qualche passante sul marciapiede. Ci sono zone della Romagna che conosco quasi a memoria, solo perché le osservavo concentrata, senza distrazioni. Al massimo, gli auricolari nelle orecchie per ascoltare la musica e non soffrire di mal d’auto.

Erano tempi lenti, in cui ogni momento aveva una sua densità. Con l’avvento degli smartphone credo che siamo diventati un po’ più frullati, trascinati, velocizzati, stimolati. Penso che anche oggi sia possibile provare a godersi ogni momento come allora, ma con più fatica: serve uno sforzo maggiore per restare a galla in una società che ci impone di essere sempre in movimento, in continua evoluzione. Con un consumo quasi bulimico di dati, informazioni, notizie, immagini. Il corpo che non ne digerisce una e ne arriva un’altra.

Ma, in fondo, basta rendersi conto che serve pochissimo per rallentare. Una stanza quasi vuota, una finestra, qualche minuto senza telefono. All’inizio sembra inquietante. Poi succede qualcosa di strano: i pensieri smettono di correre, il respiro si allunga, gli occhi tornano a vedere.

Forse, ogni tanto, basta solo restare fermi. E con i propri pensieri.

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