Un grande rimpianto.

Ravenna, 2017

Ho davvero un grande rimpianto, e ci sto pensando molto in questi giorni.
Perché?
Perché ci sono le Olimpiadi invernali.
E il mio più grande rimpianto è non essere diventata una sportiva.

Ma andiamo per gradi e partiamo da un presupposto importante.
Come qualcuno di voi ben sa, sono la persona meno sportiva di questo pianeta: sono sempre stata fisicamente inadatta a qualsiasi sport che non fossero i videogiochi, credo.
Da piccola ho provato a fare pallavolo, ma le mie compagne di squadra erano fortissime, muscolose e altissime. Mi ricordo solo le mie esili braccia che diventavano rosso fosforescente dopo aver preso troppi bagher di seguito. E le mie lacrime nello spogliatoio perché volevo tornare a casa.
Poi ho provato tennis, perché c’era un bel circolo vicinissimo a casa mia e mi sembrava anche di divertirmi ma – non ricordo bene come -, è andata a finire che ho smesso di andare anche qui: non prendevo una palla neanche per sbaglio, mi sa.
Poi, alle scuole medie, durante le lezioni di ginnastica, giocavamo a basket ed ero davvero felice perché mi piaceva e mi divertivo molto: peccato che, anche in questo caso, ci fosse una manchevolezza fisica: la palla era troppo pesante per le mie esili dita, ed ecco che un giorno il mio indice destro si spezzò all’indietro mentre facevo un canestro.

Più avanti mi sono dedicata al pilates per la postura e la schiena e sì, questo mi riesce e mi appassiona anche oggi, Dio grazie, ma di certo non lo considererei uno sport.
Tant’è che la Treccani definisce: pilates [dal nome del suo perfezionatore e divulgatore, il tedesco Joseph Hubertus Pilates (1880-1967)], usato in ital. al masch. – Sistema di allenamento fisico che prevede un insieme […] di esercizi, anche con particolari attrezzature, miranti non solo al potenziamento e alla tonificazione dei muscoli in modo non aggressivo (e senza farne aumentare il volume), ma anche a un generale benessere].
In sostanza: non stupiamoci se le attività in cui rendo meglio si facciano da seduta.

Ecco, partendo da tutti questi presupposti, potete ben immaginare perché io senta una fortissima ammirazione e una sana invidia per tutti gli atleti che vediamo in TV in questi giorni di Olimpiade. Mi si riempie il cuore di gioia nel vederli vincere e mi commuovo a ogni medaglia, perché posso solo lontanamente immaginare l’euforia che si può provare nel vincere un riconoscimento mondiale così importante dopo ore, giorni, mesi, anni di duri allenamenti. Di sacrifici, dieta ferrea, disciplina, e probabilmente una gestione del tempo per cui anche solo un pomeriggio di ozio è impensabile.

Io, che al massimo sono campionessa di salto triplo sul divano e di slalom gigante tra le corsie del supermercato, provo una stima incredibile per chi pratica sport, ad ogni livello.
Perché invidio la loro forza di volontà, la loro costanza negli allenamenti, quel pizzico di follia nell’utilizzare il proprio corpo ai massimi livelli: sì, vorrei davvero riuscire a immaginare la soddisfazione di arrivare tra i primi tre e di avere una meritata medaglia al collo.

E probabilmente questa stima così totale nasce proprio dalla consapevolezza di essere diversa da loro. Perché sicuramente non saprò mai davvero cosa si prova ad arrivare primi al mondo in qualcosa ma c’è una forma di soddisfazione anche nell’essere spettatori, nel riconoscere il valore di un sacrificio che non sono portata – o disposta – a fare.

Magari non avrò una medaglia al collo, ma mi sento comunque fortunata: so emozionarmi per i successi degli altri. E, per me, vale oro.

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