
Cavalco l’onda di questa delicata canzone sanremese per dirvi che volevo essere una dura. E, invece, sono l’opposto.
Volevo essere una dura.
Invece ho la perenne ansia di arrivare in ritardo, ovunque. Agli appuntamenti, alle visite, perfino alle telefonate programmate. E quindi arrivo spesso in anticipo, con l’ansia di mettere pressione all’altra persona che deve ancora arrivare. E se – causa imprevisti – arrivo in ritardo davvero, ci arrivo comunque con una dose d’ansia interessante. Perché ho la costante preoccupazione di dare fastidio, creare problemi, fare rumore, mettere a disagio. Prima ci sono gli altri, poi io.
Volevo essere una dura.
Invece sono una di quelle che rimugina ottocentomila ore su certe conversazioni. Ripenso a ogni sfumatura della voce di chi avevo di fronte. Alle parole dette e ascoltate. Le peso, le soppeso. Anche nei messaggi, ovviamente. Leggo, rileggo. Avrò detto la cosa giusta? Ma l’altra persona a cosa starà pensando? Se dico questa cosa, come la prenderà?
Volevo essere una dura.
Ma ho spesso le antenne dritte e carpisco come stanno le persone attorno a me. Sento umori e malumori. Tristezze e angosce. Ma, talvolta, anche felicità e spensieratezza.
Mi sento, in poche parole, un sismografo emotivo.
Come canta il buon Lucio Corsi nella sua “Volevo essere un duro”, la vita è complicata per quelli che non sono nati con la faccia da duro, che hanno paura del buio e, forse, le prendono anche con facilità.
Per quelli come me, che in auto vengono presi in giro dai macchinoni che fanno sorpassi azzardati o non rispettano la segnaletica. Per quelli come me che fanno fatica ad alzare la voce se qualcuno si comporta in modo evidentemente sgarbato con loro. Per quelli come me che non hanno voglia di creare problemi e si fanno andare bene anche la nonnina che le ruba il posto in fila in farmacia.
Almeno arrivata a questa età ci speravo, di essere un po’ dura. Passati abbondantemente i trenta. Eppure, ultimamente invecchiare mi sta facendo una sorta di effetto contrario, portandomi a rivivere – seppur in maniera sbiadita – qualche dramma adolescenziale che pensavo di aver superato da donna indipendente (se avete letto questa frase cantando “forte, tosta e indipendente” non vi biasimo).
Forse sono fasi della vita, forse non è vero che l’invecchiamento aiuta necessariamente a diventare più coriacei. Forse non si smette mai davvero di essere sensibili, insicuri, emotivi. Forse la durezza che cercavo non è altro che un’illusione, un ideale che si scontra con la realtà di ciò che sono veramente.
E forse va bene così.
Perché, in fondo, la vera forza sta nel permettersi di sentire, di essere imperfetti, di accettare le proprie fragilità senza vergogna.
Magari non sarò mai una dura. Ma non fingerò neanche di esserlo.
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