
C’è un particolare periodo dell’anno che diventa complicato per una parte di me, quella timida e insicura: la primavera.
E il motivo è che sono sempre stata insicura del mio corpo.
Questo significa che, durante l’adolescenza, la primavera diventava un momento piuttosto impegnativo. Tutte le persone attorno a me iniziavano a scoprirsi perché (giustamente) si alzavano le temperature, mentre io rimanevo coperta con diversi strati in eccesso. Non c’era nessuna possibilità che mi sentissi felice di scoprire le mie braccia secche e le gambette da Olivia di Braccio di Ferro.
Non c’era modo che mi sentissi sbocciare come stavano facendo le mie compagne di scuola. Perché non sbocciava proprio niente.
Ci ho messo anni prima di mettermi un paio di pantaloncini senza pensieri.
Ci ho messo un paio di lustri per tornare senza pensieri al mare.
E, nonostante ormai abbia un’età per cui dovrei essere immune dalle paturnie adolescenziali, ogni anno, di questi tempi, continuo ad avere una irrazionale paura di abbandonare i miei maglioni grossi.
Continuo imperterrita a indossare capi invernali finché, oggettivamente, non è impossibile farlo senza rischiare un colpo di sole.
Quanto possono essere forti le conseguenze delle paure adolescenziali, a distanza di così tanti anni? Quando è difficile convivere con quella stratificazione di traumi e insicurezze che ci portiamo dietro da decenni?
È difficile essere sicuri del proprio corpo al 100%, o comunque esserlo sempre (secondo me non lo sono neanche le influencer che ci mostrano ogni secondo della loro vita e delle loro budella nelle stories).
Perché la sicurezza passa dalla mente e dalla convinzione che qualsiasi corpo – e con qualsiasi forma – sia degno di godere della bellezza di questo pianeta.
Ho passato un’adolescenza a coprirmi e ho imparato a scoprirmi senza paura del giudizio altrui solo quando avevo fatto pace con me stessa.
Con chi sono, a prescindere dal mio aspetto fisico.
Le chat di cui parlavo in qualche post fa (Non si parla con gli sconosciuti), in questo, mi hanno molto aiutata perché il dialogo con persone sconosciute mi aiutava a comprendere i meccanismi di me stessa, quello che mi piaceva, quello che sentivo di voler essere e di voler condividere con il resto del mondo.
E poi, un’epifania: mi sono resa conto che il tempo impiegato ad amare me stessa valeva molto di più di quello passato a nascondermi dagli altri.
La vita è troppo breve per evitare esperienze in cui il nostro corpo potrebbe essere giudicato; la discoteca, il mare, la piscina, le terme, i concerti, la palestra, le feste, lo sport. Non diamo corda a chi ci osserva con insistenza; non diamo la soddisfazione di ferirci a chi giudica il nostro corpo senza averne il diritto. Senza sapere quante avventure, quante esperienze, quanti amori e quanti dolori quel corpo ha vissuto.
Chiudo con una frase jolly – che può sembrare un po’ da furbacchiona per ottenere consensi –, ma in cui credo tantissimo e che è stata proferita da Eleanor Roosevelt, moglie del presidente statunitense, protagonista della nascita delle Nazioni Unite.
[se volete sbirciare la sua storia, leggete qui].
«Nessuno può farvi sentire inferiore senza il vostro consenso».
Detto ciò: vi auguro di amare ogni centimetro di voi stessi, ogni giorno.
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